Nebbie dei Mondi - Mists of Worlds

Claw Peak e l'Incontro
Capitolo I

Aendir, Ugnor, Fergair e Efyr rimasero abbagliati dalla luce usciti dalla loro cella. Incatenati gli uni agli altri e circondati da guardie si avviarono verso la passerella di quella che sembrava una nave. Solo quando iniziarono la discesa poterono ammirare lo strapiombo sotto di loro: quell’aeronave era approdata quasi sulla cima di una montagna e nessuno di loro ne conosceva l’ubicazione.
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Con poca gentilezza vennero scortati davanti ad un nero pozzo, largo una ventina di metri e circondato da statue incappucciate in preghiera. Ad un cenno di Rostaer una guardia spinse Aendir che, cadendo, trascinò con sé nell’oscurità del vuoto gli altri tre.
Si risvegliarono slegati, vestiti di stracci e rinchiusi in un cella, in quello che sembrava un sotterraneo o, comunque, una prigione. Dopo un po’ di cercare riuscirono a trovare il modo di aprire il cancello, oltre a qualche arma, lasciata lì come di proposito. Com’era naturale aspettarsi nei corridoi e nelle stanze seguenti trovarono qualche resistenza che riuscirono a gestire, anche se man mano che esploravano scoprivano sempre più segreti. Trovarono anche una mappa, ben nascosta e di ottima fattura, con qualche codice annotatovi.

Andando avanti scesero di un piano e in una cella trovarono una figura emaciata e debole, anche se ancora vigorosa di spirito. Disse di chiamarsi Snorfil e che era uno gnomo membro della Gilda degli Esploratori, oltre che potente Mago Runico. L’unico inconveniente era che, al momento della cattura gli era stato portato via il piccone, fonte del sue potere, e adesso non sapeva dove potesse trovarsi, essendo passati vari mesi. Efyr allora promise al prigioniero che avrebbero fatto il possibile per aiutarlo.
E non dovettero attendere molto per mantenere la parola, visto che di lì a poco incontrarono colui che se n’era impossessato e aveva imparato ad usarlo. Dopo un breve ma intenso scontro i Quattro Viandanti risultarono vittoriosi sull’Orco Sciamano. Restituito quindi l’arcano oggetto al legittimo proprietario questi ne sprigionò la vera potenza e si incamminò al loro fianco deciso ad aiutarli.

Il suo aiuto si rivelò decisivo dal momento che, scesi di un altro piano, si trovarono in grande difficoltà, prima dinanzi a delle lame ondulanti e poi subendo un’imboscata da due strangolatori. In entrambi i casi, seppur con fatica, riuscirono a dimostrare il loro valore, con audacia e decisione. Quella specie di prigione in tanto, man mano che scendevano, sembrava essere stata costruita in maniera sempre più fine e raffinata, anche se restava sempre decisamente spoglia.
Esplorando ancora trovarono l’ennesima scala che li avrebbe portati al piano successivo ma capirono ben presto che questa era diversa. Infatti era ben più lunga e, soprattutto, era una scala a chiocciola. Alla fine della loro discesa entrarono in un ampio salone, circondato da parapetti, oltre i quali, nel vuoto, si stagliavano gigantesche colonne che sorreggevano l’enorme grotta.

Ma non si soffermarono molto sul paesaggio visto che dal centro della stanza avanzava verso di loro una creatura di fuoco armata di un enorme martello.
«Sono l’ultimo ostacolo che si pone fra voi e l’uscita. Per poter passare dovrete rispondere a tre mie domande» disse con una voce viscerale e lontana.
Senza lasciar loro il tempo di controbattere iniziò con il primo dei tre indovinelli. Ma i Viandanti non si fecero intimidire e risposero correttamente. E così anche con il secondo e con il terzo successivo.
«Bene… Vi concedo allora la vostra opportunità di ottenere la libertà…» disse di nuovo la creatura che immediatamente dopo colpì il terreno davanti a sé con il pesante martello. Da sotto il gruppo emerse una colonna di fuoco. Fergair e Ugnor, caddero riverso sui gradini, gravemente feriti e senza sensi. Ma non si diedero per vinti: la libertà era poco oltre e una fiammella non li avrebbe fermati.

Aendir, portatosi al fianco sferrò un fendente che non andò a segno. Snorfil creò un blocco di terra sopra la creatura che lo colpì, ma ottenne solo il risultato di farlo adirare ulteriormente. Mentre ancora stava cadendo con un possente calcio lo spedì contro Aendir che, miracolosamente riuscì ad evitarlo. Intanto Efyr, approfittando della situazione, era riuscito a portarsi dietro il mostro di fuoco e tentò di colpirlo un a freccia che prese fuoco però prima di arrivare a destinazione. La creatura si volse verso il piccolo elfo, ormai scoperto, e gli scagliò contro un’altra colonna di fuoco. Per il coraggioso elfo Efyr fu impossibile spostarsi e venne avvolto dalle fiamme. Anch’egli cadde riverso a terra, coperto di bruciature.
Ma Snorfil ne aveva approfittato per rimettere in piedi Ugnor. Allora lo Gnomo, ferito e in ginocchio, guardò l’enorme Orco e disse, sorridendo:
«Divertiti…» e lo colpì alla coscia.
Ugnor sentì le forze crescere dentro di lui mentre gli altri si facevano sempre più piccoli. Diventato enorme guardò la creatura che lo guardò di rimando. L’Orco fece calare la mano sul mostro di fuoco che si dissolse.

Ancora una volta vittoriosi, guariti Efyr e Fergair, si diressero verso l’uscita.
«Dovete sapere che la mia Gilda ha l’obiettivo di individuare e distruggere tutti i luoghi pericolosi, per qualsiasi razza di Faerûn. Mentre proseguivamo ho lasciato alcune rune in giro, così quando saremo abbastanza lontani potrò radere al suolo questo posto infernale» disse Snorfil mentre erano quasi alla porta.
Aprendola ed entrando nella stanza successiva videro però qualcosa che non si aspettavano. Una trentina di guardie e, al centro, Rostaer.
«Siete stati veramente eccellenti. Veramente… Siete riusciti ad uscirne vivi tutti e quattro. Adesso vi si pone una scelta. O vi unite a noi oppure morite. Cosa volete fare?» disse con un sorriso sarcastico. Poi rivolgendosi a Snorfil: «Non so chi tu sia quindi in entrambi casi non uscirai vivo di qui»

Snorfil lo guardò di rimando, mentre l’ira cresceva dentro di lui, e disse urlando: «Che possa crepare tu e quest’inferno, bastardo!» e colpì il suolo con la base del piccone. La terra e tutta la struttura intorno iniziò a tremare. Boati di esplosioni lontane rimbalzavano contro i muri cadenti.
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«Presto, di là!» disse lo gnomo ai Viandanti che andarono di corsa verso la parte di parapetto da cui proveniva il suono di un fiume in piena dalle profondità. Ugnor, Efyr e Fergair si buttarono nel vuoto. Aendir, prima di saltare, si volse verso Snorfil, stanco e rimasto indietro, ma, senza nemmeno vederlo arrivare, Rostaer si materializzò dietro lo gnomo, trapassandolo da parte a parte. Estratta la spada lo colpì con un calcio alla schiena, facendolo volare addosso ad Aendir.
Quando ripresero i sensi i Quattro Viandanti si trovarono nel fango, feriti, laceri e contusi, ma vivi. Nel fiume, appoggiato ad un tronco fisso alla riva, vi era Snorfil, con un ramo spezzato conficcato nella spalla e mezzo viso sott’acqua. Colui che li aveva aiutati ad arrivare fin lì non ce l’aveva fatta. Dopo un rapido attimo di raccoglimento, volsero lo sguardo verso Nord, dove si vedeva una piccola cittadina da cui salivano colonne di fumo.

Il Sole stava tramontando e i Viandanti avevano bisogno di cure e, soprattutto, di capire cosa fosse loro successo.

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Prologo

Rostær era seduto sulla poltrona di legno massello. Guardava dritto davanti a sé la grande carta fissata al muro più corto. Era lì, così fermo da ormai un po’ di tempo. Pensava al suo passato, da dove era venuto, cosa aveva fatto per essere arrivato a quel punto, chi era diventato. Molti lo chiamavano mostro, altri lo ammiravano per le sue qualità, la maggior parte si limitava saggiamente a stargli lontano e a non infastidirlo.

Lui non si sentiva nessuna di queste figure. Lui era soltanto un uomo che eseguiva degli ordini, fossero buoni o no, li condividesse o meno. Lui eseguiva. Fine. Il suo unico compito era quello e non permetteva che vi fossero contrattempi o, peggio ancora, l’ordine non venisse eseguito. Era disposto a tutto per portare a termine la missione. Solo questo.

«Signore!» disse un soldato apparso sulla porta semi aperta della cabina mettendosi sull’attenti.
L’aveva già sentito mentre scendeva le scale ma non aveva mosso la testa, tanto per lui era solo uno dei tanti che stavano sotto di lui.
«Dimmi…»
«Signore, li abbiamo caricati, tutti e sei»
Un leggero moto del capo indicò un velo di sorpresa in Rostær
«Non erano otto?»
«Sì, signore. Tuttavia due hanno tentato la fuga e abbiamo dovuto provvedere, prima di rischiare di compromettere la fase di trasporto»
Rostær si portò la mano sulla fronte, massaggiandola. Quindi si alzò, prendendo dal tavolo la cintura con la spada nel fodero e tenendola in mano.
«Quindi? Chi è rimasto» disse mentre si avvicinava al soldato, facendo un giro della cabina.
«Abbiamo l’elfo e il mezzelfo che sono stati catturati dopo tre mesi nella Foresta del Serpente – iniziò ad elencare il soldato mentre la bocca si seccava e guardava con crescente timore Rostær – poi c’è quel chierico così stupido da guarire i suoi assalitori»
Rostær sorrise ricordandosi di quando gli avevano raccontato di quell’Aendîr. Questo tuttavia non tranquillizzò il soldato.
«Poi c’è il ladro che si è fatto fregare dall’ennesimo mago, anche se è stato accusato di altro, ma sappiamo la verità. E poi abbiamo gli ultimi due. C’è quella dannata strega che ha raso al suolo mezza foresta e per evitare che incantasse altri soldati l’abbiamo anche imbavagliata, come anche il chierico, per sicurezza. E infine c’è il più andato di tutti che ha squartato un intero villaggio e non sappiamo ancora il perché…»
«Quindi abbiamo perso i due paladini?!» disse Rostær portandosi ad una decina di centimetri dal soldato e sovrastandolo, essendo ben più alto.
«S-s-sì, signore»
Il rosso guerriero lo guardò negli occhi, ma il soldato non distolse lo sguardo.
«Fatti da parte…» disse infine, allacciandosi il fodero al fianco.

Uscì sul ponte. La brezza marina gli passò tra i capelli lunghi e secchi. Le pupille si adattarono in fretta alla luce del tardo pomeriggio. Qualche ora e il sole sarebbe tramontato. Qualche ora e sarebbe arrivati a destinazione.
«Levate l’ancora» disse agli uomini che erano più vicini a lui e lo stavano osservando.
Poco dopo iniziarono a muoversi e a prendere velocità. Andava tutto alla perfezione.
Rostær si rivolse al soldato che era venuto ad aggiornarlo e che l’aveva seguito fuori. Evidentemente doveva essere il capo in seconda o qualcosa del genere. Non aveva infatti stemmi speciali o colori diversi dagli altri, tuttavia gli portavano rispetto.
«Vieni, voglio andare a vedere quelli di quest’anno»
«Sì, signore»

Arrivarono davanti alla porta di legno pesante che dava ai piani inferiori e ai cui fianchi vi erano sei guardie, tre per lato.
Il soldato si mise davanti e ordinò loro di aprire.
Lentamente quindi, tirando con fatica, il legno si mosse sui cardini e il buio all’interno fu profanato dalla luce.

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